Il servizio militare e l’arresto



Copia del foglio matricolare

Copia del foglio matricolare

Nel 1939 compiva vent’anni e quindi il 12 marzo 1940 veniva richiamato nell’esercito e assegnato al 127. reggimento fanteria di Pistoia. Qui ha avuto inizio il lungo e travagliato periodo del servizio militare di Ljubomir, descritto nel suo diario in modo interessante e a tratti anche carico di tensione.

Anche nel ruolo di militare dell’esercito italiano non nascondeva i suoi sentimenti sloveni; nella caserma a cui era stato assegnato aveva infatti scoperto che c’erano molti sloveni, alcuni dei quali proprio di Dolina, e aveva incominciato a organizzarli in cori che cantavano canzoni slovene e che riscuotevano anche parecchi consensi sia tra i colleghi militari che tra la popolazione civile, quando nelle libere uscite si ritrovavano in qualche osteria davanti a un bicchiere di vino e intonavano liberamente i propri canti. Tutto questo naturalmente non passava inosservato all’occhio vigile della polizia militare, che lo teneva costantemente sotto controllo e conosceva bene anche la sua attività nel paese natio e ogni particolare del suo atteggiamento antifascista. Cominciavano così le prime difficoltà e lo stesso Mirko iniziò ad accorgersi che intorno a lui qualcosa si stava muovendo in modo sospetto. Dopo due mesi e mezzo di servizio militare, il 31 maggio 1940 veniva arrestato insieme al proprio compaesano Mario Slavec (1920) e insieme furono rinchiusi come prigionieri politici ognuno nella propria cella di isolamento dapprima nel carcere militare del 128. reggimento a Firenze, poi, dopo 12 giorni, furono trasferiti nel carcere di polizia tra i detenuti politici. La loro stessa sorte hanno subito anche Josip Sancin, Miro Strajn e Josip Barut di Dolina, Zorko Stefančič e Slavko Olenik di Caresana-Mačkolje, Angel Ferjan e altri militari di consolidati sentimenti sloveni. Per tutti sono scattate anche le perquisizioni delle loro case con le quali la polizia e i carabinieri cercavano di dimostrare eventuali collegamenti dei sospetti con l’organizzazione TIGR.

Ljubomir Sancin scriverà il 2 giugno 1940 dal carcere di Firenze a casa la seguente lettera:

Amati genitori e cara sorella.

Queste lettere le scrivo dalla prigione. Venerdì mattina hanno chiamato me e Mario (Slavec n.d.s.) che non sospettavamo nulla di grave, e ci hanno portato in automobile a una stazione di carabinieri, dove siamo stati perquisiti dal maresciallo; mi ha requisito tutte le carte che avevo addosso e cioè: un blocco notes, dove avevo tutti gli indirizzi dei miei amici e due lettere di Olenik Slavko più una tua lettera, Dorka, scritta forse il 28.5.1940; lo stesso è successo a Mario. Dopodiché ci hanno condotto nella prigione del 128. Reggimento Fanteria a Firenze. Ci hanno rinchiuso ognuno nella propria cella, e dobbiamo essere, io da solo nella mia cella di isolamento e lui nella sua.

Oggi è il terzo giorno di questa noia e non ne conosco la ragione, chi è la causa di tutto ciò. Devo dire che non soffro la fame, ho di cosa mangiare, anche se bisogna dormire sul duro; la cosa peggiore è però la noia, perché sono solo. Avete ricevuto la lettera che vi ho scritto martedì 28 maggio, quando vi ho informato che ho ricevuto i soldi e che il giorno seguente andavo al campo. Ho nuovamente spedito giovedì 30 una cartolina di saluti da Firenze (ultimo giorno di libertà).

Per non lasciarvi stare in pensiero vi ho scritto questa lettera, spero che vi trovi in buona salute e felici. Penso che la causa di questo mio guaio sia un errore e spero di ritornare presto libero e di nuovo alla mia Batteria accomp.

Non occorre scrivermi perché non ho un mio indirizzo e ve lo invierò la prossima volta.

Non siate tristi, arrivederci e a tutti mando saluti e baci.

A voi devoto Mirko.

A Sancin non era del tutto chiaro il perché del repentino arresto suo e dei suoi compagni, ma lentamente è giunto a comprenderne le ragioni. Il giorno 17 giugno 1940 è riuscito a spedire tramite un fidato amico personale di Ilirska Bistrica una lettera a casa in cui, evitando la censura, poteva esprimere liberamente i propri pensieri e contemporaneamente anche con l'intento di consolare la famiglia e alleviare le loro preoccupazioni. La lettera è la seguente:

Cari miei. Vi spedisco la presente lettera tramite un amico personale che è diretto a casa per la licenza; potete avere verso di lui la più completa fiducia, senza alcuna preoccupazione, come verso me stesso. Voglio illustrarvi brevemente la mia situazione qui, perché nelle lettere non è possibile a causa dei controlli, perciò non sorprendetevi se le mie lettere saranno diverse rispetto a quello che erano una volta, la causa è il cambiamento della situazione dopo l’ultimo tragico fatto (l’arresto di Pinko Tomažič e compagni, poi condannati al II. processo di Trieste; n.d.s.). Avevo quasi il presentimento di questo ultimo avvenimento sensazionale, ma non mi aspettavo potesse avere un simile svolgimento. La vera causa o l'inizio di questo fatto sensazionale non so ancora quale poteva essere, spero che un po' alla volta si chiarisca tutto e in particolare per la maggior parte delle persone di Dolina e delle località vicine per le quali non sapevo si trovassero in una situazione analoga; di questo ho saputo successivamente. Lo scandalo ha avuto certamente un'enorme eco, ma per questo non dobbiamo perdere il coraggio. La mia fede (naturalmente non chierica), non è oscillante e non lo sarà mai; naturalmente d'ora in poi ci sarà la differenza che non leggerò più, né avro alcun rapporto particolare con nessuno, e se d'ora in poi cercherò di essere un soldato esemplare e in futuro forse anche addirittura un »camicia nera«, questo non deve turbare nessuno, perché questa è l'unica strada rimasta aperta,oppure l'isolamento. – Per quanto riguarda il precedente fatto sensazionale, non crediate che abbia fatto qualcosa di particolare o abbia avuto qualcosa sulla coscienza, ero accusato di pensiero sloveno e per la cosiddetta »sicurezza« messo al riparo e ora sono assolutamente libero, in quanto a mia colpa non è stata trovata alcuna prova, anzi addirittura delle controprove a mio favore, come per es. il maestro di Dolina Marozzi. Eravamo amici e avevo parlato proprio con lui sull'eventualità di presentarmi come volontario nell'esercito o di entrare in qualche scuola militare. Per lui sono sicuro che mi ha aiutato; anche il maresciallo dei carabinieri, anche se severo, non aveva nulla contro di me e quindi non poteva essermi ostile. Il tenente di qui - il comandante della Batteria non poteva sapere nulla di male di me e sicuramente mi è venuto molto allla mano; lui stesso mi ha detto qualche giorno fa che in quei mesi mi portava un grande rispetto per le mie conoscenze; e ancora oggi mi chiede costantemente se mi trovo bene ecc. Lui in qualità di capitano e anche gli altri ufficiali, nessuno ha parlato male di me, ma solo bene; e adesso mi pare di essere stato per tutto il tempo a fare il servizio militare. Mi hanno arrestato assieme a Mario (Slavec n.d.s.) a Firenze il 31.5.1940 di mattina e mi hanno rinchiuso provvisoriamente nella caserma del 128. Fanteria, come vi ho segretamente scritto da quel posto. Il 12.6.1940 ci hanno vestito con abiti civili e ci hanno condotto nella prigione civile, dove sono rimasto, assieme a Mario, fino al 9.2.1941; ci siamo visti ogni giorno quando andavamo in cortile e potevamo parlare per tutto il tempo in quanto avevamo la fortuna, che le nostre finestre si affacciavano su un cortile deserto. Così potevamo parlare liberamente anche con gli altri detenuti che erano rinchiusi per ragioni politiche e che erano perlopiù Toscani e Genovesi; con più di qualcuno siamo diventati dei veri amici. In tutto questo tempo ero sempre di buon umore, come se stessi a casa, perché sapevo che era meglio stare in cella che fuori; e con gli altri si rideva ancor più di prima. Alcune lettere che vi ho spedito erano tristi, ma ero costretto a scrivervele, perché se vi avessi scritto che mi trovavo bene non mi avrebbero più rilasciato. Voi e gli altri del paese vi eravate rattristati, avrei voluto aiutarvi, ma non ho potuto. In questura sono stato interrogato per tre volte e la terza volta che sono stato condotto dal carcere civile, mi hanno addirittura legato. Così ho avuto l'onore di portare le catenelle. La seconda volta che ero da loro, mi trovavo insieme a Zorko (Stefančič n.d.s.); non sapevo neanche dove fosse in servizio e all'improvviso lo trovo dalla polizia. Quella volta era presente anche Mario; poi, con Zorko non ci siamo più visti finché non siamo andati via. Il tempo scorreva in fretta, pensavo fosse passato in un attimo; a parte i rapporti già citati con gli altri detenuti, avevo a disposizione i libri che leggevo costantemente; ho letto più di 100 libri.

Mi avete scritto di adoperarmi affinché potessi avere una licenza. Io ne usufruirei volentieri, così potrei venire a salutarvi e a vedervi, ma a causa delle persone, ovvero delle autorità di Dolina, anche se me la offrissero, la dovrei rifiutare, perciò scusate il mio sentimentalismo.

Quando mi scrivete, siate prudenti; a dire il vero, all’amico che vi ha portato questa lettera potete confidare o scrivere qualcosa. Non dovete essere in pensiero per me e tanto meno duolervi, perché mi trovo ottimamente, e non potrei desiderare di meglio. Quanto è scritto in questa lettera, non raccontatelo a nessuno.

Con tutto il rispetto, Vs. figlio ovvero fratello

Ljubomir Sancin ha sfruttato con profitto il periodo di reclusione nella cella d'isolamento per istruirsi (come risulta evidente dalla lettera), ma molto tempo lo ha dedicato anche alla riflessione e a sviluppare i propri pensieri, i propri sentimenti e ad approfondire il suo rapporto con se stesso, con il tempo e la situazione in cui viveva. Formava la propria convinzione politica e la propria visione della società umana nel futuro in modo molto chiaro e rigoroso. Otto mesi di solitudine in cella di isolamento, la sensazione di impotenza e gli stenti in generale hanno pesato e come sul suo animo e lo hanno sfiancato fisicamente (il suo compagno di svetura Mario Slavec ha perso in isolamento tutti i capelli), Mirko invece in questo lungo periodo di monologo con se stesso e con i libri è riuscito a darsi a costruirsi una solida base sulla quale ha fondato più tardi il proprio profilo di combattente .

Le pagine del suo diario sono molto interessanti ed è affascinante il modo in cui descrive il giorno di natale nella sua cella di isolamento. Il brano che segue è stato scritto ad Aviliano (Savona) il 26 dicembre 1942.

Pagina manoscritta del diario di Ljubomir

Pagina manoscritta del diario di Ljubomir

Il giorno di natale del 1940

Era il giorno di natale del 1940 qunado mi sono svegliato all'alba ancora tutto intorpidito dal freddo; ero ancora un po' intontito dai sogni della notte precedente: erano sogni del giorno di natale, di quel giorno, santo per ogni essere vivente. Ma cos'ho sognato? Tutti possono rendersi conto che nella situazione in cui mi trovavo non potevo sognare che quello che una persona desidera più d'ogni altra cosa. Ho sognato la mia casa lontana, la mia amata famiglia, i cari genitori e la dolce sorella, sognavo di trovarmi a casa insieme a loro e di mangiare le fritelle natalizie fatte in casa, di essere andato, secondo la vecchia usanza, alla messa di mezzanotte e di essermi incontrato e di aver conversato con gli amici e con le ragazze del mio paese.

Ma poi, svegliandomi in questo bel giorno, non mi ci è voluto molto ad affrancarmi dai sogni notturni; è stato sufficiente guardarmi intorno e ritrovarmi in questa piccola, stretta cella in una prigione di una città lontana e straniera; in quel momento entrava nella cella attraverso la piccola finestrella inferriata il primo raggio di luce, e con esso la prima benedizione del giorno di natale.

Si dice che in questo giorno si sia più calmi, che non si risentano tanto le tristezze e le difficoltà in cui ci si trova e io, anche se mi trovavo in una situazione molto spiacevole, durante quel giorno, in quel fresco mattino mi sentivo molto felice e con i pensieri estremamente calmi, il che, nella prima riflessione di quel giorno, mi sembrava proprio strano. Mi trovavo rinchiuso da diversi interminabili mesi da solo in questa cella di questa immensa prigione, completamente isolato dal resto del mondo. Non vedevo altre persone se non i rozzi secondini e i detenuti lavoranti, che nelle loro uniformi colorate eseguivano i più svariati lavori nella prigione; la compagnia più gentile erano i colombi che venivano alla finestra a beccare i resti del pane, che avevo loro sbriciolato; volevo poter scambiare qualche parola con loro, ma le povere bestie non mi capivano e io non capivo loro.

Ero rinchiuso a causa dei miei irremovibili sentimenti sloveni. Allo straniero, che con ogni ferocia opprime barbaramente e vuole distruggere il nostro piccolo, ma sempre risoluto popolo, è sembrato conveniente arrestare me e gli altri miei compagni, accusandoci di tutte le malvagità che potevano inventarsi: noi, poveri giovani proletari, gli siamo parsi così pericolosi per il suo vacuo sistema di Stato che ha deciso di spaventarci. Ma cosa ha ottenuto con ciò? Dopo parecchio tempo è stato costretto a rilasciarci, competamente liberi, ma pur sempre sotto la silenziosa sorveglianza della polizia segreta. Ma tutti i nostri cuori sono diventati più forti, più inflessibili, più colmi di fede in un grande futuro dei popoli slavi. Nessuna forza al mondo potrebbe più piegarli, e quando stavo ripensando a tutto ciò, sono balzato giù da questo modesto letto di carcerato, non potendo più stare sdraiato, perché ho cominciato a tremare per il freddo, sia a causa delle coperte insufficienti, sia perché la notte e lunga e non mi andava di stare sdraiato. Chi lavora sodo il giorno prima, dormirà profondamente per tutta la notte e anche se si alza tardi, gli sembrerà sempre troppo presto: ma la persona che tutti i giorni e le notti tiene il proprio corpo stretto in una piccola cella, stendendosi solo per un po', già sentirà dolori in tutte le ossa.

Mi ha fatto molto felice anche una notizia l'altro giorno, quando un detenuto lavorante mi ha detto che in un'altro reparto si trova uno dei miei compagni che mi saluta, che si sente bene e che fuma molto. In tutti questi lunghi sette mesi, da quando sono qui dentro, non sapevo che anche lui fosse rinchiuso in questa prigione; l'ho visto una volta sola, qualche giorno dopo l'arresto, durante l'interrogatorio, ma abbiamo potuto salutarci solamente con gli occhi. Lui è buono un giovan serio e non merita di trovarsi in questo buco maledetto come me; per questo mi hanno molto rallegrato le buone notizie su di lui e mi hanno allietato il giorno di natale.

All'improvviso sento che qualcuno mi chiama nella nostra lingua. Era Mario (Slavec n.d.s.) che mi chiamava, il mio compagno, che era rinchiuso nel mio stesso settore e le finestre delle piccole celle erano affacciate sul cortile deserto, sicché, grazie alle finestre potevamo conversare per giornate intere. Ci raccontavamo di tutto; il tempo ci passava più velocemente in questo modo e potevamo conversare direttamente nella nostra lingua, che nessuno comprendeva. Questo settore era riservato solamente ai detenuti politici; diverse persone erano rinchiuse a causa della loro opposizione o solamente per il sospetto di una loro opposizione al fascismo. Abbiamo fatto la conoscenza con più di qualcuno condividendo l'idea di quel pensiero generale, che è così nobile, così santo, ma per cui non è ancora giunto il tempo che si realizzi.

Con il compagno Mario parlavamo del giorno di natale di due anni fa e facevamo il confronto tra i due; eravamo amareggiati al pensiero che tanta gente festeggia felicemente il natale dietro alla tavola della propria casa, nell'ambito della propria famiglia, dagli amici e dale amiche, mentre noi ci ritroviamo in questa topaia; ci amareggiava anche il pensiero che tante giovani e sane vite vagavano per paesi lontani, sui fronti di questa guerra mondiale e sono sempre in pericolo di vita e guardano costantemente la morte negli occhi. Noi, anche se isolati, almeno ci sentivamo al sicuro. La nostra pelle, lì nella cella non era esposta a nessun pericolo; il nostro solo pensiero quotidiano era cosa ci daranno da mangiare e cosa ci potremo comperare con i nostri soldi. Per il giorno di natale il vitto era migliore, come succede per le quattro feste più importanti nell'arco dell'anno; sono cose che il detenuto si aspetta gioioso e di buon umore, come se stesse aspettando la libertà.

Con il compagno continuavamo a discorrere, quando sento dietro di me il rumore delle chiavi nella porta; era il secondino che era venuto a chiedermi se desideravo uscire all'aria; sono andato volentieri in cortile, dove potevo per un'ora al giorno respirare dell'aria pulita. In cortile erano naturalmente attenti affinché non avessi contatti con gli altri detenuti; questo era l'ordine dell'ufficio politico della Regia questura.

Dopo l'ora d'aria mi hanno portato di nuovo in cella; durante il tragitto ho incontrato un altro detenuto politico che mi ha salutato, mi ha fatto gli auguri e nel contempo ha maledetto i persecutori che ci tenevano rinchusi lì dentro. Io gli ho sorriso e ho proseguito la mia strada. Era un giovane universitario, dottore in legge, figlio di un banchiere, rinchiuso perché sospettato di propaganda antifascista tra gli universitari.

Entrando in cella, ho trovato sul tavolino un bel pezzo, preparato come le nostre salsicce e vicino del pane. Gli altri giorni non c'era carne di quel tipo; ma oggi è natale. Continuavo a riflettere, mangiando volentieri quel pezzo di carne, naturalmente con il pane; infatti avevo sempre un buon appetito.

Devo dire anche che proprio quel giorno mi preparavo a leggere il romanzo I tre moschettieri di Dumas, che ho trovato nella biblioteca del carcere; fino ad allora non lo conoscevo neanche; così anche il romazo ha contribuito al mio buon umore nel giorno di natale, come lettore entusiasta infatti apprezzo molto un libro buono e divertente.

Si avvicinava mezzogiorno, quando mi portano un piatto pieno di pastasciutta senza condimento e anche del vino e della frutta. Questa era tutta la porzione di cibo per il giorno di natale; oltre a ciò ho ricevuto per conto mio anche una bottiglia di vino, così ho potuto celebrare secondo la tradizione istriana il giorno di natale. È proprio vero, il maggior problema in prigione è il cibo, che viene tanto desiderato; con il cibo ricevuto oggi ero però totalmente soddisfatto, ma sta di fatto che una persona non può vivere solo di cibo materiale; necessita anche di quello morale. E anche di questo avevo a sufficienza. Ne avevo pensando al mio popolo oppresso e al suo grande futuro, come anche al suo passato storico.

Con il compagno discutevamo sempre di questa questione, che per noi era cosa santa, e per cui avevamo sacrificato la libertà. Lui non era del tutto informato sulla situazione e sul passato economico, sociale e politico, nonché sull'aspetto culturale del nostro popolo. Per cui io, in qualità di conoscitore di questi settori ho potuto spiegarglieli e darne una interpretazione. D'altronde non è che discutavamo unicamente di questa questione, il nostro pensiero era rivolto anche alle nostre famiglie e proprio questo ci rattristava maggiormente in un giorno che è più legato alla famiglia che alla mondanità, e che ogni persona desidera vivere nella cerchia dei propri cari. Per cui era una cosa naturale il pensare costantemente ai miei cari e a domandarmi cosa pensassero loro di me, e ovviamente ne soffrivo perché ero sicuro che erano tristi a causa della mia situazione difficile e a maggior ragione per il fatto che non conoscevano il motivo di tutto ciò. E quale sarà la mia sorte? Al pensiero dei miei famigliari sentivo un forte dolore nell'animo; non mi importava tanto di me stesso, io non sono niente! Ma per i miei genitori ero tutto.

Erano circa le tre del pomeriggio, quando si è aperta nuovamente la porta della mia cella e il secondino mi accompagnava al pianoterra in una specie di ufficio. Mi ha detto che è arrivato un pacco da parte della mia famiglia, ed era vero. L'hanno aperto e controllato in mia presenza per verificare che non ci fosse dentro qualcosa di pericoloso o di proibito. Poi me lo hanno consegnato e mi hanno riaccompagnato nella mia tana. Quei pochi passi che avevo fatto dalla mia cella fino all'ufficio hanno significato molto per me; così ho potuto fare una camminata, ma la cosa più importante era che ho avuto nuovamente l'opportunità di incontrare gli altri detenuti politici che sono stati condotti allo stesso modo per ritirare i rispettivi pacchetti di provviste. Stavolta sono riuscito a scambiare due chiacchiere con uno studente di una città dell'Italia settentrionale.

Tornato nella mia cella ho cominciato a comporre l'inventario di quanto avevo ricevuto: c'erano un paio di chili di buon pane giallo, diversi pezzi di cioccolato, delle salsicce fatte in casa più altro fritto di maiale, dolci e, ciò che mi ha maggiormente allietato, delle frittelle natalizie fatte in casa o »fritole«. Come potevo render grazia di tutti questi doni? Come potrei rimuovere il mio pensiero verso la mia famiglia, che ha pensato con tale affetto a me, che pensavo di essere stato dimenticato in quella tomba. Non è possibile descrivere l'entusiasmo verso la propria famiglia in una tale situazione quando si ricevono dei regali. Con particolare amorevolezza avevo assaggiato tutte quelle bontà un po' alla volta e poi le avevo conservate premurosamente per i giorni a venire, in modo che durasse più a lungo, per poter assaggiare anche nei giorni seguenti quello spirito natalizio.

Questo natale mi era parso come il più spiacevole; forse lo era veramente, ma forse ne vivrò qualcun'altro prima che venga il giorno della liberazione.

Così è passato il natale. Ho preso nuovamente in mano il romanzo di Dumas e mi sono assorto nella lettura; quindi al crepuscolo mi sono di nuovo accovacciato sul letto che il mattino prima avevo lasciato con pensieri così nobili. Vi sono tornato con le stesse riflessioni e con una fede sempre più salda e imperturbabile nel grande futuro del nostro sano popolo.

Possa il nostro popolo sloveno vivere e rafforzarsi!

Ljubomir Sancin era rinchiuso a Firenze fino al 9 dicembre 1941. Quel giorno hanno cominciato a suonare le sirene già all'alba, a causa dell'attacco aereo a Genova, scrive nel suo diario. Subito dopo le ore 9.00, terminato l'allarme, è stato chiamato dal secondino che gli ha dato la notizia della fine della sua reclusione. Naturalmente Ljubomir, rimasto sbalordito, al momento non gli ha creduto e gli ha risposto di non prenderlo in giro. Dopo otto mesi e dieci giorni era nuovamente libero; gli era stato promesso il ritorno a casa, ma dopo la reclusione è stato nuovamente condotto a Pistoia, dove ha continuato il servizio militare. È stato inserito nel 127. reggimento fanteria che il 19 marzo 1941 è stato mandato in Albania, ma sono state escluse le reclute e tutti gli sloveni.

A Ljubomir Sancin veniva costantemente data la promessa di una licenza militare, ma ogni volta gli veniva revocata all'ultimo momento. Era sempre sotto sorveglianza e sospettato come antifascista. Invece della licenza veniva trasferito in giro per l'Italia settentrionale, cosa che descrive con una vena di umorismo nel suo diario militare. A Siena ha infatti festeggiato nel 1941 la sua seconda Pasqua lontano da casa. Il giorno 16 aprile 1941 veniva trasferito a Pisa al 7. reggimento artiglieri; qui ho trovato due compaesani di Dolina, Miro da Brod e Karlo Meterejc e, dopo qualche giorno anche Venco Kuček(Miro Petaros, Karlo Česnik e Vincenc Pangerc, n.d.s.); così ero in buona compagnia. Naturalmente bevevamo e cantavamo insieme. Esattamente dopo un mese è stato nuovamente richiamato nel magazzino del 127. reggimento fanteria che il 29 maggio è stato trasferito ad Arezzo; Li era molto bello, ho passato il periodo più bello del mio servizio militare. Eravamo parecchi Sloveni e ci divertivamo insieme. Il rancio militare era sufficiente e il cibo era buono; il vino si trovava a buon prezzo, mentre all’esterno si trovavano pane, burro e quanto si desiderava. Il lavoro militare non era duro, ricevevamo soltanto istruzioni. Durante le ore libere andavo spesso con i compagni a passeggiare in campagna, per vedere cosa stavano facendo i contadini, anch’io infatti ero un agricoltore e dovunque andassi mi interessavo di questo settore. È arrivato anche il periodo del raccolto e, con il consenso del comando, io e tre miei compagni siamo andati un giorno ad aiutare un agricoltore nella battitura del grano. Il nostro lavoro consisteva nel gettare i fastelli nella battitrice e l’agricoltore ci ha dato da mangiare e da bere in grande quantità; qui hanno in realtà la consuetudine, durante la battitura, di festeggiare come per un matrimonio. Infine la padrona ha dato a ciascuno di noi 10 lire che in quella situazione era parecchio.

Ljubomir era anche un attento osservatore della situazione sociale e ha visto che: qui i contadini lavorano per la metà del raccolto, la rimanente metà la devono dare al padrone del fondo; questo sistema di organizzazione del lavoro è triste. Colui che non lavora niente, alla fine ha la stessa quantità di quello che per tutto l’anno ha faticato e sofferto. I contadini sono stufi di ciò e hanno detto che dopo la guerra bisognerà abolire i padroni. Ma essendo questa situazione sostenuta dal fascismo, è naturale che questa gente sia ad esso contraria e che non aspetti altro che la sua caduta.

Il giorno 9 gennaio 1942 ha ottenuto finalmente la licenza e dopo 22 mesi di servizio militare poteva di nuovo rivedere il paese natale. Il giorno 6 luglio 1942 veniva trasferito a Vicenza nel deposito del 57. reggimento fanteria.

Nel suo diario descrive molto bene i sentimenti degli Sloveni che sono infelici di dover essere militari di uno Stato che ci opprime. Tra di loro erano però molto solidali e si aiutavano sempre a vicenda. Gli Sloveni erano benvoluti, perché erano dei buoni lavoratori; in generale però durante il servizio militare svolgevano le mansioni di cuoco. Se però tra di loro si trovava qualche farabutto, Ljubomir scriveva di lui senza esitazioni che persone simili meritano di essere fucilate. Poco dopo veniva trasferito a Torino, ovvero nella località Borgone che distava circa un’ora, dove aveva sede il 227. fanteria e dove ha passato di nuovo dei periodi difficili del proprio servizio militare; soffriva a causa del cibo cattivo e scarso, del caldo e della dura vita militare sui monti anche oltre i 1000 m di altitudino dove, peraltro pativa anche il freddo. Il 10 settembre 1942 partiva con il primo reggimento fanteria alla volta di Parma, e dopo un mese, quando venivano richiesti volontari per il fronte russo, si è offerto senza alcuna esitazione, per poter vedere la nostra grande Russia. Anche se aveva cominciato a prepararsi seriamente per la partenza (a Parma aveva già acquistato una grammatica russa), alla fine (in quanto di nazionalità slovena) non gli veniva permesso di andare sul fronte russo. La stessa situazione si è ripetuta per un’altra volta ancora. Poi, il reggimento veniva trasferito a Novara effettuando il percorso di circa 200 km a piedi (camminavano per 7 giorni di seguito!). Si erano sistemati vicino alla cittadina di San Didero, dove aveva ricevuto in custodia un bardotto (mulo); si era ritrovato così a svolgere le funzioni di conduttore e doveva (a dire il vero alquanto a malavoglia: si sentiva umiliato perché lo considerava un lavoro da analfabeta e lui non si è mai considerato tale) per diversi mesi prestare attenzione all’umile bestia. Le vicende della guerra hanno portato Ljubomir e il suo mulo anche in Liguria rimanendo di stanza ad Imperia e San Remo, poi anche a Savona e a Vado Ligure. Al reggimento è stata assegnata la difesa della costa. Per gli sloveni poi vigeva l’apposito divieto di usufruire della licenza. Il giorno 4 febbraio si è finalmente liberato del bardotto ed è stato mandato dal Comando all’Autocentro di Savona per il corso di guida. Da quando sono militare, è la prima volta che sto imparando qualcosa che mi sarà utile nella vita.

D'altronde Ljubomir Sancin viveva solo con un pensiero, chiaramente espresso nella sua lettera ai genitori il 14 agosto 1942.

Ancora questo vi dico, che vivo solamente nel pensiero di quando questo diabolico sistema avrà fine e potrò finalmente svestire questo pesante pastrano del diavolo. Se ciò non succede al più presto è da morire, ma dobbiamo avere una tacita speranza nella vittoria del proletariato, nella vittoria della giustizia sull'ingiustizia, nella vittoria della rivoluzione sociale, in un futuro migliore per i popoli slavi e che il sangue dei nostri eroici martiri non sia stato e sicuramente non sarà versato invano.

Con questo stato d'animo (più o meno grave, desideroso della libertà e di rivedere il paese natale), ha vissuto l'8 settembre 1943 la capitolazione dell'Italia (mentre il fascismo è caduto il 25 luglio 1943). Come viene annotato nel suo foglio matricolare, già il 9 settembre è entrato nel movimento partigiano. Ma in effetti, dopo la capitolazione è immediatamente tornato a casa. Con tutta la passione e la sua energia giovanile si è impegnato per il Fronte di liberazione (OF). Lui stesso ha dichiarato di non voler aggregarsi da subito ai partigiani, ma di voler prima organizzare i giovani per la lotta di liberazione (NOB).

Dopo la capitolazione dell’Italia, gli attivisti di Dolina non hanno avuto esitazioni; i membri del comitato paesano del Fronte di Liberazione Jože Pangerc – Petrinc e Lovrenc Štrajn sen. entrambi di Dolina oltre a Jože Jercog – Cingo di Crogole-Kroglje hanno indetto (subito dopo l’11 settembre - con tutta probabilità il 13 settembre 1943) una riunione nella cantina di Lovrenc (oggi Trattoria alla Sorgente) a cui hanno preso parte tutti i giovani più affidabili del paese e hanno costituito la Compagnia di Dolina. Alla riunione costitutiva hanno preso parte anche Ljubomir Sancin, oltre a Rikardo Svetina, Karlo Foraus, Rudolf Mahnič, Rudolf Ota, Josip Sancin – Ježin, Angel Štranj, Josip Samec, Mario Foraus e Mario Slavec. I membri del comitato li hanno ammoniti che dovevano attenersi strettamente alle istruzioni e che non dovevano effettuare nessuna azione prima di averne ricevuto l'ordine. Ognuno doveva giurare che non sarebbe venuto meno alle istruzioni ricevute. In dotazione gli venivano date anche delle armi: una pistola e ... un paio di manette. La nuova formazione di Dolina era guidata dal comitato paesano del Fronte di Liberazione. Era stata costituita principalmente con il desiderio di riunirsi in una Compagnia organizzata – contro il fascismo e per la Jugoslavia. I compiti che venivano affidati ai suoi membri consistevano soprattutto nel procurarsi e nel custodire armi, equipaggiamento militare e cibo, che dovevano poi trasportare con un triciclo a Podgorje al comando della brigata istriana. Oltre a questo svolgevano anche la funzione di Guardia del paese. Nella raccolta del materiale collaborava tutto il paese, dai bambini agli anziani.

Dopo la caduta del fascismo, stavano tornando dalla Jugoslavia colonne di militari italiani, che per il ritorno a casa avevano scelto dei percorsi secondari, più sicuri. La maggior parte di loro passava attraverso Socerb – San Servolo e Dolina, ma qui li aspettava una sorpresa: nella piazza principale venivano disarmati dai paesani, venivano loro requisiti i muli, le uniformi venivano sostituite da abiti civili, quindi venivano mandati avanti. I muli venivano portati nella stalla presso Brce e i paesani nei momenti di bisogno ne macellavano uno, dividendosi poi la carne. Le armi venivano invece portate dai giovani nei Brkini. La collaborazione tra i paesani era veramente qualcosa di unico; ma sapevano anche approfittare della confusione e della paura tra i militari italiani, i Carabinieri e gli altri fascisti. È interessante il fatto che i Carabinieri collaboravano totalmente con i paesani, di più, ubbidivano docilmente agli ordini di Jože Petrinc e dei suoi compagni. Dai fascisti impauriti che avevano il loro avamposto nella polveriera sotto il paese hanno invece avuto a disposizione tutto: dalle armi e dal camion, fino alle uniformi. Nel paese si sono succeduti in quei giorni diversi avvenimenti interessanti, dei quali vale la pena citarne due molto caratteristici.

Karlo Foraus era tornato dalla marina militare italiana proprio il giorno della capitolazione; presso il rione Šanca era incappato in un gruppo di fascisti e li aveva disarmati, ma questi, con l’aiuto di altri camerati hanno avuto la meglio su di lui e lo hanno messo al muro. Nel frattempo si era riunita presso la Šanca una moltitudine di paesani, e quando i fascisti si preparavano a fare fuoco, la folla infuriata si avventava contro di loro, disarmandoli nuovamente e salvando il compaesano da morte sicura.

Angel Štranj e Pepi Samec si sono invece travestiti da fascisti e con il camion si sono diretti addirittura nel magazzino militare principale a Trieste, dal quale hanno prelevato un camion intero di armi e di equipaggiamento militare che hanno poi portato a Podgorje.

Con l’offensiva tedesca dei primi giorni di ottobre del 1943 la situazione è però notevolmente mutata. L’esercito tedesco era tutto un’altra cosa rispetto a quello italiano; i tedeschi erano estremamente bene motorizzati e attraverso i nostri paesi si muovevano interminabili colonne di camion e di carri armati.

Per contrastare l’avanzata dei Tedeschi i partigiani hanno minato il ponte nella località Plehnik sopra Dolina (sulla strada che porta verso Prebenico – Prebeneg) e quello nella località Klanec. I tedeschi hanno aperto il fuoco verso Plehnik da Cattinara-Katinara colpendo un camion e uccidendo un partigiano. Nel fosso del ponte distrutto è andato a cadere un motociclista tedesco in avanscoperta riportando gravi ferite. È stato curato dalla famiglia Slavec, che abitava proprio nella piazza principale di Dolina. Per ordine del comandante tedesco si doveva assicurare il passaggio attraverso il ponte distrutto entro la notte stessa, altrimenti tutti gli uomini del paese sarebbero stati fucilati. Il mattino seguente, attraverso il ponte costruito con tronchi di pino, tagliati dagli uomini del paese quella notte stessa, passava la colonna tedesca. Dolina si è così salvata dal fuoco, sono stati però bruciati i paesi di Prebenico-Prebeneg e Caresana-Mačkolje (2 ottobre 1943) e l'intera Istria.

Subito dopo l'offensiva tedesca, sono entrati a far parte della Compagnia di Dolina anche Ernest Foraus, Miro Slavec, Nino Hrvatič e i fratelli Valerio, Dušan ed Edi Štranj.

Nei primi giorni di novembre si è tenuta a casa di Ljubomir Sancin una riunione con il comandante della Brigata Istriana Ivan Kovačič - Efenko e con il commissario Gruden, alla quale hanno preso parte tutti i membri del Comitato paesano del Fronte di Liberazione e in cui hanno deliberato che la Compagnia di Dolina diventava parte della Brigata come la 1. Compagnia del 1. Battaglione della Brigata Istriana. Dopo la riorganizzazione delle unità partigiane, la 1. Compagnia andava a far parte del Distaccamento Istriano. (Desunto da una testimonianza ancora inedita di Mario Slavec, 1983).

Alla riunione hanno anche deciso che Ljubomir Sancin doveva restare sul posto nel ruolo di attivista politico. Ma in quel periodo Sancin non era più a Dolina. Da quando era ritornato a casa la polizia lo stava infatti sorvegliando strettamente; il 1. novembre 1943 i questurini lo stavano già apertamente cercando per tutta Dolina. Ma Ljubomir era scappato nel bosco sopra il paese. La notte è venuto a far visita a casa e a salutare i suoi famigliari, dopodiché ha raggiunto i partigiani, questa volta definitivamente.

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Pubblicazione per il 60° anniversario della morte
A cura di: Sezione ANPI di Dolina-Prebenico-Caresana
con il patrocinio del Comune di San Dorligo della Valle-Občina Dolina
Materiale raccolto e redatto da: Boris Pangerc
Traduzione in italiano di: Marko Štoka
Sunto in inglese, elaborazione grafica, edizione web: Dejan Kozina
Dolina (TS), 18. marzo 2004




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